Giorno 1

– Ha dell’acqua sporca? –

La signora non capisce subito che cosa intendo. Le ripeto la domanda in spagnolo lentamente mentre lei guardandomi alza un sopracciglio, mi scruta da capo a piedi e ripete in portoghese: suja?
Sono in uno dei mercati di Maputo, capitale del Mozambico. Sono in quel tipo di posto dove si può trovare di tutto: dal pollo fresco (nel senso che è vivo e lo spennano sul luogo) al negozio di extencion per capelli, (un “must have” in questa parte del mondo), fino al tavolo pieno di verdure sul quale si trova insalata, pomodori, patate, carote e prodotti locali dai nomi facilmente dimenticabili.

Proprio in quest’ultimo mi cade l’occhio su una signora che sta innaffiando i suoi ceppi d’insalata con dell’acqua di dubbia provenienza che poi viene raccolta di nuovo nel secchio messo appositamente sotto le verdure sgocciolanti.
L’acqua è torbida e marrone, colore probabilmente dato dalla sabbia che scivola via dalle foglie. Ha un odore strano, vagamente chimico. Il mio pensiero non può che andare alla settimana prima, quando abbiamo visitato un campo coltivato in periferia della città in compagnia di alcuni ragazzi che vogliono avviare un progetto che si basa sulla delivery di ortaggi BIO di produzione locale.

Nel parlare con l’orgoglioso proprietario del posto abbiamo scoperto che anni prima quel campo era una discarica, e che tutta l’immondizia che c’era sopra la terra adesso è sotto la terra. Per innaffiare le piante hanno scavato delle buche nel terreno che vengono riempite con dell’acqua e infatti ai lati della buca si possono notare delle borse di plastica strappate… Inutile dire che le ragazze del progetto hanno cercato un altro fornitore per le loro delivery di prodotti BIO.

Sotto lo sguardo attento della donna del banchetto di verdure apro la mia Water to Go e infilo la mano nel secchio contenente quell’acqua torbida. Chiudo il tappo mentre noto che ci è finito dentro anche un pezzo di prezzemolo. Giro la borraccia mentre mi cade l’occhio sulla mia amica che ha uno sguardo disgustato. Sorrido in maniera poco convincente.
Bevo. Bevo. Bevo.

Mi allontano dalla proprietaria della bancarella che mi fissa con le sopracciglia aggrottate.
L’acqua non sembra particolarmente densa, non sento della sabbia in bocca, eppure ho ancora nel naso quell’odore chimico che non so bene se è dato dall’immaginazione o dalla realtà dei fatti che mi porta a chiedermi da che ex discarica arrivino effettivamente le
verdure che son state lavate con l’acqua che sto bevendo.

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