Giorno 24

Un nuovo giorno nella riserva di Mezimbite. Alcune scimmie urlano allontanandosi sugli alberi. Gli insetti ronzano tutt’intorno.
Mi alzo e mi vesto per fare colazione, accusando un vago mal di testa. La prima cosa che mi viene da pensare è la parola disidratazione: qui ci saranno almeno 40 gradi ed il tasso d’umidità nella foresta è veramente alto. Si passa la giornata a sudare sotto i vestiti. E a grattarsi. Sono qui da 48 ore scarse e le zanzare non mi danno tregua.

Mi siedo al tavolo un pò taciturna con diversi pensieri in testa: le zanzare fanno pensare al grande mostro chiamato malaria, le tempie che tirano sotto la pelle al fatto che io debba cercare di bere di più di quanto stia facendo. Un altra possibilità è che sia legato alla qualità dell’acqua che sto bevendo, che probabilmente non è delle migliori. Spero fortemente che il filtro stia facendo il suo lavoro e che la spossatezza sia una conseguenza dell’adattamento all’ambiente.

Al tavolo con noi ci sono nuove persone, collaboratori e amici di Alan che lavorano nell’ambito dell’agricoltura e hanno diversi progetti che portano avanti nelle campagne mozambicane.
Un ragazzo americano di 26 anni di nome Stuart e un sudafricano di 33, Richard. Richard è in compagnia del suo Jack Russel, un cane che peserà circa 10 chili e che mentre noi facciamo colazione scorrazza allegro in giro.

Dal nulla, la cagnolina di Richard inizia ad abbaiare.
– Stai attento che non stia puntando un serpente – lo avverte Alan.
Non sono qui da abbastanza tempo da essermi abituata all’idea che siamo in un pezzo di foresta con relativi animali selvaggi che scorrazzano in giro e che in realtà questa è più casa loro che casa nostra. Vado a prendere la macchina fotografica, se Jacky ha puntato un animale, bisogna immortalare il momento.

Jacky ha puntato un animale. Un’iguana, per l’esattezza. Sarà lunga circa 70 cm con la coda, e mentre Jacky le abbaia in faccia lei si muove furtivamente a rallentatore. Si alza sulle zampe posteriori e carica la coda. PAM! frustata sul muso che Jacky riesce a schivare all’ultimo. La scena è stata epica. Già vedere un’iguana nel suo ambiente naturale non è una cosa di tutti i giorni. Vedere un’iguana che prende a codate un Jack Russel…… Credo proprio che me lo terrò come aneddoto per conversazioni future.

Sono tutti in piedi dietro di me che ridono di gusto mentre io faccio foto a raffica. Alla fine il proprietario esorta il cane a lasciare in pace l’iguana e tornare indietro.

E’ ora che ognuno vada ad assolvere i propri compiti: il mio è quello di documentare con la macchina fotografica tutto ciò che mi circonda e tutto ciò di cui Alan mi ha parlato nelle ultime 48 ore. La giornata è soleggiata ma ogni tanto una leggera brezza taglia il calore implacabile del sole sulla terra.

Mi sto avventurando nella parte che Alan mi ha indicato senza avermi portato a vederla.
Ci trovo un casolare nel quale alcune donne sedute per terra puliscono il cotone togliendone il baccello e i semi per poi riporlo pulito in un contenitore. Mi salutano con un sorriso, in maniera molto gentile, come chiunque in questa nazione.
Dietro di loro ci sono due telai enormi dove stanno essiccando centinaia di peperoncini rossi.

La parte più interessante però è appena fuori, dove vedo un pozzo con tanto di secchio attaccato alla corda. Butto il secchio nell’acqua, che però rimane in superficie. Lo tiro su e lo ributto giù. Mi sento un pò stupida nel non riuscire a fare al primo colpo qualcosa che qui è parte della quotidianità delle persone..

Dopo diversi tentativi scopro l’angolazione giusta e ne ricavo un secchio pieno di acqua. Svito il tappo, riempio la mia Water to Go. L’acqua è più pulita di quella del pozzo di ieri, che era un vero e proprio buco nel terreno. Quello di oggi ha almeno una sorta di struttura di cemento con tanto di coperchio. In ogni caso l’acqua è leggermente torbida.

Avvito il tappo e mi accingo ad andarmene mentre sono certa che una delle donne mi stia spiando tramite la rete rotta del casolare.

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