Giorno 23

La prima notte nella foresta è passata. Esco dalla mia tenda e trovo un tavolo imbandito per la colazione, con tanto di caffè fatto in una Moka italiana e panettone. Alan è un buongustaio. Mi spiega che purtroppo la miscela arabica è un pò difficile da recuperare al mercato della città, quindi dobbiamo accontentarci di quello che c’è. Con la giusta dose di zucchero posso anche ingannare il mio cervello al punto di credere di star bevendo caffè di casa.

Oggi è giorno di lavoro per tutti, e Alan inizia a spiegarmi quali sono le attività principali della riserva mentre mi porta a fare un giro panoramico:

– Abbiamounazonanellaqualediversiartigianilocali,addestratidamenelcorsodeglianni, lavorano il legno. Ogni albero che viene abbattuto per essere lavorato viene poi rimpiazzato da un nuovo albero che abbiamo curato nelle nostre nursery. Siamo quasi del tutto autosufficienti, quindi parte del terreno è finalizzato alla produzione di prodotti agricoli quali frutta e verdura di stagione, che in parte mangiamo ed in parte rivendiamo al mercato. –

C’è un sonoro TOC alla fine della frase. Niente paura, è solo un mango maturo che nessuno, essere umano o animale, ha colto in tempo. Ora giace ammaccato sul terreno.

– Nella parte oltre le rotaie del treno abbiamo dei campi dedicati alla produzione di thè. Altri invece vengono coltivati a patate, insalata o peperoncino. Altri sono stati bruciati a causa di credenze e tradizioni locali. Ancora non sono riuscito a spiegargli che bruciare il terreno non è una pratica sostenibile all’interno della riserva –

Mi mostra fiero alcuni punti dove la vegetazione la fa del tutto da padrone: – non sembra un piccolo vero pezzo di giungla? E’ magnifico! –
Alan è molto fiero del suo lavoro ed è una persona molto colta, sa spiegarmi ogni singolo dettaglio di tutti i procedimenti che li hanno portati a raggiungere i risultati che mi trovo davanti.

Peccato che la cadenza del suo inglese-sudafricano siano un pò difficili per me da interpretare parola per parola, così mentre camminiamo mi perdo nei suoi discorsi.

Ogni tanto faccio domande, altre volte mi limito a stare zitta ed osservare, interromperlo ogni dieci minuti chiedendogli di parlare più piano potrebbe distruggere l’atmosfera creatasi.

Arrivati nella parte più nuova della foresta, dove stanno piantando gli alberi della nursery con meticolosità, noto un pozzo di acqua e mi fermo a riempire la mia borraccia.

Alan mi guarda con uno sguardo dubbio chiedendomi se nei miei piani c’è la prospettiva di una vita lunga ed in salute. Rido mentre svito, riempio e avvito la mia Water to Go. L’acqua è marrone, piena di terra e foglie. Non ho riempito tutta la borraccia perchè non voglio infilare la mano in quell’acqua. Giurerei di aver visto qualcosa muoversi sotto la superficie appena mi sono avvicinata.

Rane. Devono essere rane.

Continuiamo a camminare mentre gli racconto della mia storia con Water to Go in Mozambico. Si mostra meno scettico di altri, molto più interessato alla parte tecnico-scientifica riguardante la composizione del filtro. Gli riporto fedelmente ciò che so, dicendogli che si tratta di un filtro brevettato dalla Nasa composto da polvere di Allumina Nano, di carbone ed altre sostanze filtranti. L’Allumina Nano, quando bagnato, emette una carica positiva e attrae i contaminanti con carica negativa di protozoi, batteri e virus.

Controlla la bottiglia, mi fa un sorrisetto e ci accingiamo a tornare al campo. Cammino con la borraccia inclinata e poi bevo: sapore di acqua, acqua potabile.

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