Giorno 22

Se ieri era giorno di gita oggi è giorno di viaggio. Sono appena scesa da un aereo che mi ha portato a 1300 chilometri dalla capitale, nella città di Beira. L’uomo che mi accoglie mi spiega come 1300 chilometri siano la distanza fra l’estremo Nord e l’estremo Sud dell’Italia. La cosa divertente è che qui invece siamo solo a metà del Mozambico, in una regione dove si parla una lingua completamente diversa rispetto a quella di Maputo.

Il Sig. Alan è un sudafricano di nascita, con una storia familiare curiosa e romantica allo stesso tempo. I suoi genitori erano ebrei emigrati in seguito alla seconda guerra mondiale. Suo padre, avvocato di origini tedesche, arrivò in Sudafrica a bordo di una nave piena di persone che avevano vive speranze per gli anni a venire. La madre invece, russa di nascita, arrivò al porto con la sua famiglia pronta ad imbarcarsi per l’America. Peccato che nessuno di loro sapesse leggere o scrivere in alcuna lingua differente dal russo, quindi finirono sulla nave sbagliata.

Anni dopo, quando ormai il destino era stato accettato per quella storia incredibile che era, la madre di Alan divenne un attivista per i diritti civili nella città di Johannesburg, ed il padre di Alan le fece da difensore in tribunale. Fu amore, matrimonio, figli e famiglia.

Quest’uomo imponente di 65 anni mi fa strada all’interno di un piccolo pezzo di foresta mozambicana per mostrarmi la tenda nella quale vivrò per il resto della settimana.
Sono nella piccola riserva privata di Mezimbite, luogo che da 25 anni a questa parte viene curato personalmente da un uomo dalla grande passione ed esperienza nelle forze speciali, cosa del tutto visibile dal passo marziale che adotta nel camminare e al quale faccio fatica a star dietro.

Una volta arrivati al “campo base” mi mostra la mia tenda mentre rimango sbalordita da ciò che ho intorno. In mezzo al campo c’è un rialzamento fatto di pietre grezze, coperto da un tetto di legno e palme. Un grosso tavolo al centro, un cassettone e un mobile con delle mensole sulle quali si trova tutto l’occorrente per cucinare. Un’amaca al lato del tavolo. Una piccola costruzione fatta di pali di legno e sacchi di iuta, che mi viene indicata come la doccia comune.

La mia tenda è una grossa tenda a tre posti, all’interno della quale vi è un letto singolo con tanto di materasso e una piccola scrivania.

– Wow-
Alan sorride anche se quel sorriso assomiglia di più ad una smorfia, ho notato che la pratica di ricevere complimenti non è una delle sue preferite.

– Vieni con me, ti faccio vedere il bagno –

A distanza di 100 metri dal campo base c’è una costruzione simile a quella della doccia ma grande il doppio. All’interno c’è un cubo di legno con un coperchio. Sollevo il coperchio e ci trovo un buco a forma di Wc. La buca all’interno sarà profonda almeno un metro e mezzo. Dal buco escono scarafaggi grossi circa una decina di centimetri, rossi e con le antenne penzolanti.

Faccio un paio di passi indietro con il cuore pieno di disgusto ed ammirazione al pensiero che quell’uomo utilizzi questa struttura come bagno giornaliero da 25 anni della sua vita.

Io starò qui una settimana e ho come l’impressione che opterò per l’open air, con la forte speranza di non fare incontri troppo ravvicinati con insetti abnormi o animali striscianti.

Mi faccio un giretto in questo piccolo angolo di ecosistema costruito dall’essere umano, compilando una lista di domande per l’uomo che ha reso possibile tutto questo. Il sole sta calando ed è l’ora di tornare al campo base. Perdersi la prima sera non è troppo raccomandabile, e qui nel momento in cui il sole cala si passa da luce a buio pesto, senza vie di mezzo.

Torno al campo, Alan non c’è. Mi butto sull’amaca guardandomi intorno, ascoltando i suoni con i quali dovrò convivere nella prossima settimana.

Mentre gli occhi gironzolano noto delle taniche di acqua gialle, probabilmente da 5 litri. C’è una pentola di acqua sul fuoco che borbotta. A quanto pare quella è la nostra razione d’acqua, che arriva da qualche pozzo qui vicino.

E’ l’ora di Water to Go. La prendo dalla tasca dello zaino, recupero il catino della doccia ed inclino la tanica, un pò di acqua entra nella borraccia un pò finisce in giro.
Avvito. L’acqua della tanica sembrava pulita e trasparente, senza odori particolari.

Torno sulla mia amaca a contemplare il paesaggio, bevendo acqua dalla mia Water to Go.

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