Giorno 21

Oggi è giorno di gita. Ci si sveglia alle 6 di mattina e si prende un taxi fino al porto, dove poi si compra un biglietto per una barchetta che ci porta a Inhaca, un’isoletta appena fuori dalla capitale per la quale ci vogliono circa 3 ore di viaggio.

Saliamo su questo trabiccolo a motore che offre delle panche di legno come sedute, dove siamo in molte più persone del necessario. Una volta partiti le opzioni sono semplici: aspettare e guardarsi intorno. Le bambine giocano fra di loro cantando canzoncine, gli adulti dormono gli uni sopra gli altri, e mano a mano che ci allontaniamo da Maputo l’acqua inizia ad avere un colore blu intenso.

L’isoletta non è decisamente un posto turistico ed infatti ci sono due corse a settimana che fanno avanti e indietro per la capitale: due il mercoledì e due il venerdì. Il mio collega mi fa notare questa cosa sottolineando che non possiamo permetterci di perdere la barca di ritorno, altrimenti saremo bloccati sull’isola fino a venerdì, cosa decisamente sconveniente……. anche se potrebbe dipendere dai punti di vista.

La marea è troppo bassa per arrivare al pontile, quindi la barca si ferma ad alcune decine di metri dalla costa. Arrivano dei ragazzi alla guida di motoscafi che caricano piano piano tutte le persone che ci sono sulla barca. Il terzo step, ovvero gli ultimi dieci metri prima della terraferma, lo facciamo camminando in mare con l’acqua alle caviglie, stando attenti a non calpestare le stelle marine.

Facciamo un giro dell’isola con un mezzo a metà fra un quad e un golf kart. La nostra guida ci porta verso l’entroterra che rivela tutta l’incontaminata bellezza di questo posto, abitato prettamente da isolani e popolato solo in alcuni periodi l’anno, quando le grandi navi da crociera attraccano poco più a largo e permettono ai turisti di passare una notte in questo paradiso tropicale. Quest’informazione è una delle prime che la nostra guida ci fornisce sulla base del fatto che sono italiana, ed iuna grossa nave con l’inconfondibile logo MSC crociere è attraccata poco a largo.

Il nostro giretto è sfortunatamente più veloce del previsto e torniamo da dove siamo arrivati passando nel fitto della foresta, su stradine a volte sterrate a volte fatte di sabbia.
Mi sto maledicendo per non aver programmato qualche giorno di permanenza in questo posto, ma ormai è tardi e bisogna lasciarsi alle spalle i ripensamenti e concentrarsi sul fatto che dobbiamo pranzare.
Un piccolo locale con qualche tavolo sulla spiaggia ma all’ombra di grossi alberi fa al caso nostro, quindi ordiniamo un classico: pesce alla griglia con insalata e patatine fritte. Non ho mai mangiato così tante patatine fritte come da quando sono in Mozambico.

Con l’odore di pesce grigliato sotto il naso e una birra locale ghiacciata per le mani faccio un rapido giro di esplorazione e trovo esattamente cosa stavo cercando: un lavandino con dell’acqua corrente. Sarebbe molto interessante capire come facciano ad averlo ma il tempo stringe e non abbiamo il tempo materiale per una conversazione dal ritmo africano.

Water to Go alla mano, è il mio momento: svito – riempio – avvito. L’acqua non sembra per nulla ostile o pericolosa. Un paio di minuti con il filtro girato e l’assaggio senza ricavarne alcuno strano sentore, se non la percezione che, ahimè, la birra era decisamente più fredda.

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