Giorno 20

A Maputo la vita scorre tranquilla, nel mezzo di un’estate che a giorni alterni regala delle temperature inimmaginabili, il termometro segna 42 gradi.
Bisogna stare molto attenti al momento in cui si vuole uscire di casa, dato che fra mezzogiorno e le due l’ustione è quasi assicurata. La mia pelle è ormai temprata, o almeno i pezzi che rimangono fuori dalla maglietta. Ho la proverbiale abbronzatura sexy da muratore, quella che finisce dove iniziano le maniche della maglietta.

Sto camminando con l’intento di andare a trovare la mia amica che abita dall’altra parte della città, e non sono l’unica. Per strada durante il giorno il via vai è continuo, fra persone che fanno compere, che vanno e vengono dagli uffici, venditori ambulanti il quale ufficio è il marciapiede o l’incrocio del semaforo.

Non fanno una piega mentre sono sotto il sole cocente con tergicristalli, copri volante e sigarette nelle mani o legati addosso in qualche maniera.
Altra categoria di instancabili venditori di strada è quella dei parcheggiatori che apparentemente vendono il servizio “sicurezza” – ovvero – dammi una monetina e ti assicuro che una volta tornato alla tua macchina ritroverai copricerchi, specchietti e luci esattamente dove dovrebbero essere. Alcuni di loro aumentano il business proponendo anche un sommario lavaggio dell’auto, cosa ben gradita quando si vive in una città vicino al mare, quindi piena di sabbia.

La mia camminata di oggi me la fa prendere comoda e lunga, ho voglia di vedere il mare, sono i miei ultimi giorni in città e fra poco si torna nella pittoresca pianura padana, dove sarà molto più comune vedere la nebbia.

Il colore del mare a Maputo non è entusiasmante, le sfumature di colore sono molto più vicino al marrone che all’azzurro. Purtroppo, come la maggior parte dei mari delle grandi città, soprattutto di quelle dove praticità e convenienza sono concetti dal peso diverso rispetto a “salvaguardia dell’ambiente”, gli scarichi dei liquami sono tutti puntati verso la costa.

Questo non impedisce ai pescatori di fare il loro lavoro, e infatti ci sono diverse barche al largo che nel giro di un ora massimo punteranno verso casa con il loro bottino, che verrà venduto la sera stessa due vie più in là da donne che allestiscono banchetti di fortuna sui quali si trovano aragoste, gamberetti, granchi e pesci enormi da forme e colori mai visti.

Persa nelle mie contemplazioni continuo a camminare su strade dove i marciapiedi non servono per i pedoni ma per far parcheggiare le macchine, ed eccomi a casa della mia amica. Sono super assetata, avrei bisogno di una doccia perchè camminare con 40° gradi un pochino fa sudare, ma mi accontento di un bicchiere di acqua ghiacciata.

In un momento di illuminazione mista a disperazione riempio la Water to Go con l’acqua del rubinetto e la metto in frigo. Elena mi guarda sorridendo chiedendomi come sta andando il mio esperimento, e le racconto della pozza di Simba con un sogghigno mentre lei sgrana gli occhi e scuote la testa.

Nonostante tutti continuino a darmi della “maluca” in realtà l’esperimento sta andando bene. L’acqua che esce dalla borraccia è sempre limpida e inodore, per quanto io mi sforzi di riempirla con liquidi dalla provenienza dubbia e spesso puzzolente. Si, quando ho bevuto acqua di mare ho avuto un paio di attacchi di dissenteria… si sapeva, il filtro non ha potere contro sale o zucchero. Al momento non ho avuto altri sintomi, e devo dire che il prodotto si sta rivelando sia utile che efficace.

Mi continuo a prendere della matta ma in realtà mi chiedo se i matti non siano quelli che vivono in un posto dove non possono permettersi di bere acqua del rubinetto e di fronte ad una potenziale soluzione continuino a guardarla con occhio sospetto.

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