Giorno 15

Oggi è una giornata uggiosa. Nonostante gli stereotipi del caso, anche in Africa ogni tanto le temperature sono fresche.
Nel pratico significa che sopra la maglietta a mezze maniche ho una sciarpa, un capo dal mio ultimo viaggio in India è la mia personale versione della giacca: pratica, calda, anche se è stropicciata nessuno ci fa caso e soprattutto mi da quella sensazione di sicurezza e coccola simile a quando mi infilo sotto il piumone nelle fredde notti d’inverno italiano.

Cammino per le vie della città cercando di non perdermi sul più bello: a volte mi capita di lasciarmi trascinare abbastanza da ciò che sto vedendo e disconnettere le gambe dal cervello al punto da arrivare a perdermi con estrema facilità.

Sto cercando un Cafè nel quale incontrare Eliana, una ragazza Mozambicana conosciuta qualche settimana prima con la quale è stato molto facile entrare in connessione fin dai primi istanti. E’ spontanea e diretta, nata e cresciuta in un villaggio vicino alla città dal quale dopo anni di studi e sforzi si è trasferita guadagnandosi il suo posto a Maputo.

Il “giardino degli scrittori” è proprio di fronte a me, contrariamente alle aspettative. Eliana arriva poco dopo e mentre io ordino un caffè lei opta per una birra.

Le nostre chiacchiere sfiorano qualsiasi argomento possibile, fino a quando sul tavolo esce il nome di Elena, la mia amica italiana che ha appena avuto una bambina. Stiamo discutendo di vantaggi e svantaggi di partorire un figlio in questa parte di mondo ed Eliana ridendo mi racconta una storia che riguarda sua nonna, che viveva in un villaggio in una zona rurale a Nord del Mozambico. La storia mi impressiona al punto che quasi dimentico tutto ciò di cui abbiamo parlato prima.

La nonna di Eliana, ai tempi in cui ha dato alla vita suo padre, viveva in un villaggio in mezzo alle campagne. A quei tempi (ed anche in questi tempi, le zone rurali non sono cambiate molto NDR) quasi ogni villaggio aveva la propria levatrice, di solito una donna anziana, che era incaricata di prendersi cura delle partorienti al momento opportuno. Questa donna aveva una capanna nella quale aiutava le gestanti a partorire, e vicino alla capanna c’era un piccolo campo dove si coltivavano ortaggi.

Le donne calcolavano la data del parto sulla base dei movimenti della luna, pratica indicativamente abbastanza precisa.

La levatrice aveva i suoi metodi per aiutare le nascite dei neonati: quando una madre giungeva (dopo chilometri a piedi) alla capanna della levatrice, questa le faceva una visita di controllo in base alla quale capiva quanto tempo sarebbe servito affinché il neonato venisse alla luce. Se la donna non era ancora entrata nella fase sperata, la soluzione era quella di darle in mano gli strumenti adeguati per coltivare il campo adiacente alla capanna, perché i movimenti utili a zappare la terra pare fossero adeguati al fine di velocizzare l’entrata in travaglio…

La cara nonna di Eliana, una volta arrivata alla capanna della levatrice, si è sentita dire di aver calcolato male i tempi e che per la nascita del bambino ci sarebbero volute almeno diverse settimane. E’ stata quindi rimandata a casa il giorno stesso, con l’invito di tornare al momento adeguato. La stessa donna ha partorito il padre della mia amica esattamente il giorno dopo in casa sua, ormai non c’era tempo materiale per raggiungere di nuovo la levatrice.

Dopo una risata alla mia faccia sbigottita e diversi commenti sul fatto che nonostante tutto partorire è un avvenimento che accomuna donne di qualsiasi periodo storico, anche quelli in cui il concetto di ospedale non esisteva, me ne vado in bagno riflettendo su ciò che ho appena ascoltato immaginando una fila di donne con il pancione che zappano la terra sudando sotto il sole africano.

La mia Water to Go mi accompagna in borsa ed è ormai vuota da ieri sera. Guardo lo stato del bagno, noto l’odore poco igienico che contraddistingue questo luogo e una volta individuato il lavandino decido di riempire la mia borraccia.

Svito, apro l’acqua che dopo qualche gorgoglio scende normalmente e una volta riempita la Water to Go avvito. Bevo. L’acqua non sa di nulla, non ha odore ed il colore che esce dalla borraccia è decisamente meglio di quello dell’acqua che esce dal rubinetto. Saranno le luci soffuse, ma quell’acqua ai miei occhi aveva delle sfumature giallastre.

Torno da Eliana con la mia borraccia in borsa e il rumore della zappa che smuove la terra nella testa.

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